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di Rocco
Chinnici
Una bellissima commedia
brillantissima: S'ARRINESCI SEMU
RICCHI, che diverte prima gli
attori e dopo gli spettatori.
Rocco Chinnici
LAMORE DEI DUE FRATELLI
L'odore d'incenso
inebria i pensieri conducendoli
per mano a tempi remoti, a,
quando bambini ci rincorrevamo
sui prati e salivamo sugli
alberi di mandorlo, dove ancora
oggi nidifica il cardellino, ad
osservare la schiusa delle
piccole uova; mentre il suono
stonato della vecchia tromba del
guardiano c'invitava ad uscire
dal quel podere non nostro. E'
strano il fenomeno della vita,
quando sembra non dover finire
mai, d'un colpo ti trovi lì
senza saperlo. Anche questo è un
curioso fenomeno; si è davvero
certi che ognuno che muore non
sappia d'esser lì, morto,
attorniato da parenti e amici?
Io sono sicuro d'esser qui, da
vivo s'intende, anzi certo,
perché sento di toccare il mio
corpo e chiedermi di questo
mistero, promettendomi di non
dimenticare quel giorno,
speriamo molto lontano, di
osservare i curiosi che
scruteranno il mio feretro
pregando, con lo sguardo
dell'ipocrisia, mentre io, anima
vagante, riderò beffandomi di
quei pianti finti; come ora
finto e falso è il pianto di
Giovanni che si strugge, si fa
per dire, per la morte del
fratello Luigi. Ah, se il
parroco avesse sentito le grida
che si facevano i due per misere
cose, le liti che nascevano lì
per lì da situazioni che a volte
neanch'io, pur essendo stato
loro compagno di giochi,
riuscivo a comprendere il
motivo. Bastava che uno dei due,
salisse sull'albero prima ancora
dell'altro che si scatenava la
guerra, o che so. la maestra
dava un voto più alto a Giovanni
anziché Luigi, o viceversa e.
apriti cielo! Chissà se il
parroco, avesse continuato ad
incensare con la solita serenità
e la calma che si ha nel
salutare per l'ultima volta un
defunto.
- Hai da farti animo. - Qualcuno
suggeriva a Giovanni, durante la
stretta di mano che si suole
dare in chiesa a rito ultimato.
- Bisogna rispettarsi, quando si
è vivi! - Ripeteva qualche
altro, senza riferimento o
allusione alcuna all'astio dei
due fratelli. Quante promesse
fatte a mamma Giovanna, che non
avrebbero litigato mai più, e
lei povera donna, manto della
bontà, riusciva ad accogliere
anche le ingiurie del marito
che, a causa della continua lite
dei due fratelli le rimproverava
quell'eccessiva dote di donna
pia e caritatevole. La domenica
li agghindava e, con le
scarpette lustre e la riga ai
capelli ancora inumiditi, li
portava con se in chiesa;
pensando, povera donna, di farne
uomini timorati da Dio. Ma guai
se la riga ai capelli di uno era
più storta di quella dell'altro,
si rischiava di finire a botte
anche quel giorno di festa.
Quel forte odore d'incenso e la
quiete che regna soave dentro la
chiesa, spinge sempre più la
mente a lunghi cammini erranti,
ora in un bosco a raccogliere
funghi, ora su di una barca a
pescare. ah, se potessi! Anche
se penso di non essere un buon
pescatore, pescare quell'anima
dannata di Luigi, e, in tempo,
prima che arrivi al cospetto
divino, le consiglierei di
avvicinarsi all'orecchio del
fratello e sussurrargli il
perdono, o
semplicemente: "ti voglio bene".
Dicono che il bene e il male
siano fratelli; a dire il vero
non sono riuscito mai a capire
chi dei due fratelli
rappresentasse ora l'uno ora
l'altro. Giovanni, da adulto
s'era fatto più tenero, cercava
di evitare la lite anche
rimettendoci qualcosa. Ricordo
il giorno che i due presero
possesso dei beni lasciati in
eredità, due lotti di terra
coltivati a mandorli ed uliveto,
ed anche lì ebbe a nascere una
questione a causa di un albero
d'ulivo, che veniva a cadere al
centro del confine dei due che
ne rivendicavano la proprietà, e
non si riusciva a venire alla
conclusione. L'ulivo che
rappresenta l'albero della pace,
era diventato l'albero della
discordia; la storia si condusse
nel tempo inasprendo sempre più
gli animi dei due che vollero
fossi io il giudice di pace. Su
di uno scaffale, da qualche
tempo tenevo una vecchia
motosega, non ricordo nemmeno se
la lama, arrugginita e in disuso
da diversi anni, era in grado di
tagliare, la presi e dissi loro
che l'indomani ci saremmo
incontrati nella contrada dove
si trovava quell'albero di ulivo
che, in famiglia, era già
divenuto famoso. All'alba del
giorno seguente, fummo lì, sotto
l'albero, chiesi ai due come si
poteva convenire affinché
finisse quella storia, e quelli
niente, anzi si stavano
scaldando gli animi; mi venne
naturale aprire il portabagagli
dell'auto, presi la vecchia
motosega, l'accesi., i due si
guardavano meravigliati senza
aprire per niente bocca, ma.
quando feci per avvicinarla al
tronco, Giovanni mi fermò
dicendo: - Perché devi
tagliarlo? E' da tant'anni che
nostro padre l'ha piantato! -
- Per non vedervi più litigare!
- Risposi
- M'avete chiamato per dar
consiglio? Ebbene questo è
quanto ritengo sia giusto fare!
- Giusto! - Rispose Luigi - è
bene, che si tagli l'albero!
Spensi la motosega e dissi: -
L'albero, d'ora innanzi sarà di
Giovanni!
Giacché a te Luigi, non
interessa più tenerlo in vita.
A quelle mie parole, Luigi, a
denti stretti, ebbe a dire:
"si", e si allontanò levandomi
il saluto per parecchio tempo,
ma di quell'albero non si parlò
più.
L'odore d'incenso è svanito, e
con esso i ricordi volano via;
la folla si appresta a lasciare
la chiesa e a seguire quel carro
dove giace il corpo del defunto
Luigi, mentre dal gruppo dei
parenti si leva un pianto.
L'ultima falsa di una recita
della commedia della vita.
Rocco
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