Saline Joniche 01 Dicembre 2007. Inaugurazione
della Stele in Memoria dell'Eroe Pietro Laganà
Il paese
natio non ha, purtroppo, ancora saldato il suo debito con il
proprio eroe
Pietro Laganà, un eroe dimenticato
Brigadiere di mare
della Regia Guardia di Finanza, faceva parte dell’equipaggio del
dragamine “RD 36” affondato durante il Secondo conflitto mondiale
ed il cui sacrificio consentì di salvare molte vite umane. Nel
1972, al dragamine “RD 36” ed al suo equipaggio, venne concessa
dal Presidente della Repubblica la medaglia d’oro al valore
militare.
Molti
sono stati gli eroi che la terra di Montebello ha avuto: caduti in
ogni luogo, nella campagna di Russia, durante la guerra d’Africa,
persino nella guerra civile spagnola. Eroi purtroppo anonimi per
le istituzioni e la comunità montebellese. Mai una commemorazione,
né la titolazione di una strada, una piazza, un monumento per
conservarne la memoria. Tutti dimenticati nell’oblio del tempo.
L’ultimo nostro
concittadino illustre “venuto alla luce” grazie all’opera di
ricerca di giornalisti locali e all’interessamento del corpo della
Guardia di Finanza, è Pietro Laganà, brigadiere di mare della
Regia Guardia di Finanza, di Giovanni e Angela Nucera, nato a
Saline Joniche il 25 gennaio 1911. Il giovane Pietro si era
arruolato giovanissimo nella Guardia di Finanza e faceva parte dei
quindici valorosi che componevano l’equipaggio del dragamine “RD
36” (sul quale era imbarcato con mansioni di Meccanico), affondato
durante la seconda guerra mondiale nelle acque di Sicilia. Ma
veniamo ai fatti.
L’unità navale era di
base a Tripoli dall’8 settembre 1942, quando giunse da Trapani per
effettuare un difficile lavoro di dragaggio, vigilanza antisom e
scorte, attività che aveva svolto fin dal 10 giugno 1940, con
grande spirito di sacrificio nelle acque di Porto Empedocle,
Licata, Trapani, Messina e Reggio Calabria. Durante 32 mesi di
guerra, prima in Italia e poi in Africa, effettuò ben 317
missioni, percorrendo 18.709 miglia con 2.566 ore di moto. Dopo il
suo arrivo a Tripoli, le cose cominciarono a peggiorare per
l’armata italo - tedesca fermata sulla linea di El Alamein.
Infatti, il 23 ottobre l’ottava armata britannica al comando del
gen. Montgomery iniziò un’offensiva che doveva portare il 23
gennaio 1943 all’occupazione di Tripoli. Non solo: le truppe
italo- tedesche venivano sottoposte ad un incessante martellamento
da parte delle schiaccianti forze aeree avversarie.
Fu allora che lo
sforzo della Marina Militare divenne gravoso perché dovette
provvedere, in condizioni proibitive, alla contemporanea
protezione del traffico con la Libia e con la Tunisia, dove furono
trasferiti contingenti italo - tedeschi. Contro i convogli
italiani si concentrarono, oltre all’offensiva aerea, anche una
intensificata azione di sommergibili e due Divisioni di unità di
superficie denominate “Forza Q” con base a Bona e “Forza K”, con
base a Malta. Quest’ultima era costituita da due incrociatori
leggeri, il “Dido” e la “Euryalus” e da quattro cacciatorpediniere
delle classi “Jervis” e “Kelly” ed era comandata dal
contrammiraglio A.J. Power.
La relativa distanza
tra Libia - Tunisia e Sicilia, la strategica posizione della
munitissima base di Malta, l’elevata velocità delle unità di
superficie impiegate dagli inglesi, trasformarono la rotta
obbligata per le navi italiane in un corridoio quasi senza
speranza d’uscita. Per i marinai italiani questo “passaggio” fu
terribile per quattro mesi ininterrotti. In questo contesto si
inserisce la pagina di eroismo compiuta dagli uomini del
dragamine “36”.
Prossima ormai a
cadere anche Tripoli sotto l’incalzante pressione avversaria, il
19 gennaio 1943 il Comando di “Marilibia” ordinò l’evacuazione
della città e la repentina partenza fa quel porto delle ultime
dragamine della 40ª Flottiglia con alcune piccole unità del
G.N.U.L. (Gruppo Navi Uso Locale) rimaste efficienti. Tra le
ore 14.00 e le ore 19.00, sotto intensi e ripetuti bombardamenti
di aerei inglesi, divisa in quattro gruppi, prese il mare una
formazione navale composta da 7 dragamine, 1 barca – pompa, 2
cisterne ed 1 piroscafo. Il gruppo navale era comandato dal
Tenente di vascello Giuseppe Di Bartolo, che salì a bordo del
dragamine “RD 36” che prese la testa della formazione.
Alle ore 0,10 del 20
gennaio, la formazione italiana in navigazione a 15-20 miglia a
levante di Zuara fu intercettata (secondo la testimonianza dei
superstiti) da tre “supercaccia” britannici della “Forza K”. La
“RD 36”, pur nella consapevolezza della sproporzione delle forze
contrapposte, adottò la decisone più intrepida: ordinò alle altre
unità del gruppo di cercare scampo sotto costa e, per coprirle,
diresse la prua contro i caccia avversari.
Il piccolo dragamine,
con le sue modestissime armi di bordo, ben presto fu sopraffatto
dal fuoco nemico e scomparve tra i flutti con tutto il suo
equipaggio. Anche le altre unità, che intanto si erano avvicinate
alla costa africana, venivano raggiunte e affondate.
Il sacrificio della
“RD 36” non fu vano, perché consentì di salvare ugualmente tante
preziose vite umane. Il Brigadiere Pietro Laganà, di appena 32
anni, fu aspettato invano dalla moglie Angela Mangiola e dalla
figlia Silvana, di appena pochi mesi.
Nel 1972 al dragamine
“RD 36” venne concessa dal Presidente della Repubblica la
medaglia d’oro al valore militare. Al nostro eroe, esempio di
sereno ardimento e sentimento del dovere, sono state intitolate:
il Comando regionale della Guardia di Finanza di Catanzaro
(“Legione Taranto”); l’unità navale “G79”; l’unità navale “G116”.
Montebello Jonico,
paese natìo del coraggioso, purtroppo ancora non ha saldato il suo
debito con il proprio eroe. Ed in questa sede vogliamo cogliere
l’occasione per sollecitare un’azione in tal senso da parte delle
autorità comunali competenti.
Ringraziamo la Tenenza
Guardia di Finanza di Melito Porto Salvo, Caserma “Jonio” e il
“Museo Storico della Guardia di Finanza” di Roma per la loro
gentile collaborazione che ci ha permesso di portare alla memoria
il ricordo di un sacrificio che dovrà rimanere incancellabile
nella nostra mente e nei nostri cuori.
Giovanni Crea
Articolo
concesso dal periodico l'altroaspromonte